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di Marika Barbieri

“…alla Scarzuola, quando qualcuno mi osserva che la parte nuova, creata da me, non è “francescana”, io rispondo: naturalmente, perchè rappresenta il Mondo in generale e in particolare il mio Mondo – quello in cui ho avuto la sorte di vivere e lavorare – dell’Arte, della Cultura, della Mondanità, dell’Eleganza, dei Piaceri
(anche dei Vizi, della Ricchezza, e dei Poteri ecc.) in cui però ho fatto posto per le oasi di raccoglimento, di studio, di lavoro, di musica e di silenzio, di Grandezze e Miseria, di vita sociale e di vita eremitica, di contemplazione in solitudine, regno della Fantasia, delle Favole, dei Miti, Echi e Riflessi fuori dal tempo e dallo spazio perchè ognuno ci può trovare echi di molto passato e note dell’avvenire…”

Tommaso Buzzi

Esistono luoghi, in giro per il mondo, fatti apposta per aprirti la mente: quando ne esci sei inevitabilmente una persona diversa da quella che vi è entrata. Mi piace pensare che sia proprio questo il bello del viaggio: osservare il nuovo, scontrarti col diverso per poi farci pace e farlo tuo per sempre.

Avevo sempre pensato che per vivere simili esperienze dovessi percorrere migliaia di chilometri, tra voli infiniti e budget irrimediabilmente elevati. Non avrei mai immaginato, fino a poco tempo fa, di imbattermi in qualcosa del genere a due passi da casa. Magari in Italia. Magari in Umbria e magari al centro perfetto della nostra penisola, che quasi – mi piace pensare – sembra faccia le veci di un cuore.

Questo è ciò che è stato per me visitare la Scarzuola, una villa surrealista completamente immersa nella campagna umbra nel comune di Montegabbione, al riparo da occhi indiscreti. È ben protetta, la cara Scarzuola, sembra quasi che non voglia farsi trovare, tant’è che per arrivarci non vi basterà farvi passare il mal di macchina per sopportare i numerosi tornanti, ma dovrete anche percorrere una stradina non asfaltata di circa due chilometri che davvero non è per i deboli di cuore, come in realtà non lo è neanche la Scarzuola stessa.

E poi eccola, alla fine della strada.

Davanti al cancello d’ingresso trovo ad aspettarmi un uomo sulla sessantina che sembra essere stato catapultato lì direttamente dalla Londra degli anni Trenta: stesso accento, stesse movenze, stesso portamento signorile. Si chiama Jack, ma questo l’ho scoperto solo dopo. Non ho idea del perché lui si trovi proprio lì, in un luogo sperduto nel cuore pulsante dell’Italia, ma quella domenica mattina alle 11 in punto se ne sta davanti al cancello di legno della Scarzuola a controllare che io sia nell’elenco dei visitatori – alla Scarzuola ci vai solo se prenoti prima – e a consegnarmi il biglietto. Da quel momento in poi lo vedremo sbucare più volte durante la visita, ad urlare con le vocali tutte sbagliate quello che non possiamo toccare.

Oltre Jack c’è un enorme cancello di legno, oltre il cancello un giardino rettangolare e in fondo al giardino nientemeno che Lui, Marco Solari, l’uomo della Scarzuola, che ne è il proprietario, la guida e il protettore supremo, nonché principale attrazione assieme alla Scarzuola stessa.

La prima impressione che ho del signor Solari – il nome l’ho scoperto solo molti giorni dopo cercando sul web – è che non sia completamente umano, a partire dalle forme allungate della sua figura, alla sua risata sfiatata a bocca aperta, agli occhi perennemente coperti da scurissimi occhiali da sole probabilmente anche nelle sere invernali.

Quando arrivo davanti a lui, sta già parlando con altri visitatori che sono arrivati prima di me. Non fa caso al mio arrivo, né mi saluta. Non si presenta a nessuno e, dal momento in cui apre bocca, nessuno si azzarda a fargli una domanda sul suo passato.

Mi bastano poche sue parole per capire che quella non sarebbe stata una normale visita guidata nello stile tipico del perfetto turista. Nonostante Solari sventoli continuamente con la mano destra una pila di immagini e disegni riguardo alle origini e alla costruzione della Scarzuola, inizia subito a parlare di tutt’altro.

Prima di continuare con il mio racconto, infatti, è opportuno che vi metta in guardia su alcune cose che riguardano questo magico posto e il suo insolito proprietario. Se vi aspettate di ascoltare da Solari la storia delle origini del posto, completa di cronologia e notizie bibliografiche su quello che vedrete, rimarrete parecchio delusi. Se siete persone facilmente irritabili, che tendono ad innervosirsi quando ascoltano idee drasticamente diverse dalle loro, lasciate perdere questo posto. Citando parole molto forti di Solari che non scorderò mai, “la Scarzuola è per coloro che si chiedono i perché delle cose, degli altri – che sono già morti – non me ne importa nulla”. Risata.

Dopo questa singolare accoglienza che provvede subito a dividere il gruppo di visitatori tra chi si sente insultato e chi trepida di stupore, lo seguiamo attraverso una galleria che ci conduce finalmente alla villa.

Si intuisce subito per quale motivo Salvador Dalì era solito passare del tempo tra quelle costruzioni. La Scarzuola – inizia a raccontarci Solari – non è solo una villa surrealista, ma un vero e proprio viaggio archetipico ed una metafora della vita. È tutto lì dentro: la Torre di Babele, l’acropoli greca, le dodici fatiche di Ercole, la Grande Madre e tutto il resto. Ci racconta che nulla in quell’intrico di simboli era a caso, ma nemmeno rimarrà lì per sempre. “Tommaso Buzzi – l’architetto che nel 1981 gli lascia in eredità la Scarzuola – non ci ha mai abitato, ma ordinava da lontano le varie costruzioni e poi, allo stesso modo, decideva di distruggerle”. Risata. Alla domanda di una visitatrice che gli chiede se la Scarzuola fosse o meno completa, lui risponde che “niente è mai completo, tutto è in evoluzione, solo le rovine rimarranno un giorno”. Risata.

Ci parla di tante cose, il Signor Solari, e ben poche riguardano davvero la Scarzuola. Racconta del sapere dei nostri avi che è andato perduto nel tempo, del sacro e del profano, della materia e dello spirito, di quello che è stato e di quello che, secondo lui, sarà. “Voi non sapete nulla. Pensate di sapere le cose ma non sapete niente”. Risata. Ce lo ripete più volte, instancabile fino alla fine.

Un visitatore, poco prima di superare le fatiche di Ercole, si azzarda a chiedere a Solari se egli abbia degli eredi a cui lasciare in eredità quel tesoro. Lui gli risponde che una stella gli avrebbe mandato presto una persona che l’avrebbe sostituito e che avrebbe continuato la sua missione. “Non so chi sia – disse – ma io so che arriverà”. Risata.

Vado via dalla Scarzuola con più domande che risposte. Ripercorro la strada dissestata che diventa all’improvviso pure quella una metafora della mia vita e torno al mondo vero, che tanto vero poi non sembra più.

La ricorderò per sempre.