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Amarcord” che da piccolo Federico aveva costruito nella sua piccola stanza un mondo inventato, dove si intrecciavano personaggi che lui avrebbe voluto vedere al cinema. “Amarcord” che da ragazzo Federico usciva di casa di nascosto per andare al cinema. “Amarcord” che al primo film da regista Federico non si ricordava la trama, fino a quando non ha avvicinato l’occhio alla cinepresa. Il resto è storia.

I fratelli Federico e Riccardo Fellini nel giorno della prima comunione, tratto dal volume: “Ezio Lorenzini: Federico Fellini mio cugino. Dai ricordi di Fernanda Bellagamba” (ed. Il Ponte Vecchio, Cesena, 1999)

La stessa storia che Rimini, la sua città natia, ha voluto ripercorrere tra i vicoli di una città di cui era follemente innamorato, a tal punto da rappresentarne vizi e virtù in un circo di personaggi eccentrici e stravaganti, avvolti da un’atmosfera onirica e misteriosa, ma fortemente allusiva. Perché Federico non ha girato una sola scena a Rimini, lui voleva solo ricordarla, come in un sogno, ridisegnando un’infanzia che non era la sua, ma non per questo meno autentica.

Oggi Rimini vuole omaggiarlo con un museo che si articolerà in un quadrilatero ricco di esposizioni, disegni e produzioni artistiche, tra le sale cinematografiche del Cinema Fulgor, i saloni rinascimentali di Castel Sismondo, i cantieri artistici del Teatro Galli e gli spazi adibiti ad arte di Piazza Malatesta. Noi, per tenere viva la memoria del grande regista, abbiamo deciso di realizzare un tour dei luoghi più significativi, dove non è difficile incrociare i personaggi bizzarri e pittoreschi delle sue pellicole.

Il tour parte dal Borgo San Giuliano, tra il fascino delle casette colorate che rappresentano nelle pareti le scene più rappresentative dei film di Fellini, come il bacio tra Marcello Mastroianni e Anita Ekberg tratto da “La Dolce Vita” del 1960. Qui si respira l’atmosfera magica di “Amarcord”, tra pescatori, murales e la tradizionale “Festa de Borg’’ che si celebra ogni 2 anni per rendere omaggio al regista.

Murales nel Borgo San Giuliano, Rimini

Attraversiamo il millenario Ponte di Tiberio e in pochi minuti si arriva a Piazza Cavour dove si trova la Fontana della Pigna, resa celebre nella scenografia del film “Amarcord”, quando in una giornata di neve, un pavone si posa maestosamente sul marmo bianco della fontana.

Poco prima, sulla destra, al civico 162, il Cinema Fulgor in cui Fellini, all’età di 6 anni, vide il suo primo film: “Maciste all’Inferno”.

“Sotto lo schermo c’erano le pancacce. Poi uno steccato come nelle stalle divideva i ‘popolari’ dai ‘distinti’. Noi pagavamo undici soldi, dietro si pagava una lira e dieci”, raccontava.

Federico Fellini al Cinema Fulgor

Dietro la Fontana, Via Poletti porta verso Piazza Malatesta dove nel 1446 è stato inaugurato Castel Sismondo, nota come Rocca Malatestiana. Fellini narra spesso di quel giorno in cui scappò di casa, quando era ancora un bambino, per andare al circo che veniva periodicamente allestito di fronte alla rocca; i bizzarri e nostalgici personaggi degli spettacoli a cui assisteva saranno poi fonte d’ispirazione per la realizzazione della pellicola I Clowns. Lo stupore e l’eccitazione di un bambino già grande che entra per la prima volta sotto il tendone dove a breve sarebbe iniziata la rappresentazione dello spettacolo del Circo di Pierino, vengono raccontati negli scritti e nelle immagini dei film che l’hanno reso grande come un bambino:

“Questa ebbrezza, questa commozione, questa esaltazione, questo immediato sentirmi a casa mia io l’ho provato subito, la prima volta che sono entrato sotto la tenda di un circo; e non era nemmeno l’ora dello spettacolo […] no, era la mattina presto e sotto il tendone dorato che respirava appena come una gran panciona calda, accogliente, non c’era nessuno. Si sentiva un gran silenzio, incantato, da lontano la voce di una donna che cantava sbattendo i panni […] Sono rimasto rapìto, sospeso, come un astronauta abbandonato sulla luna che ritrova la sua astronave.” (Ritorno a La mia Rimini, Federico Fellini, Guaraldi Editore).

Poi si fa buio, è l’ora dello spettacolo e Federico racconta di quell’istante e di quell’eterna sensazione di sentirsi atteso, come se stessero lì a recitare da una vita, aspettando l’arrivo di Fellini:

Il circo di Pierino, probabilmente piccolissimo, a me parve immenso, un’astronave, una mongolfiera, qualcosa con cui avrei viaggiato […] e quella sera stessa, quando seduto sulle ginocchia di mio padre, tra le luci abbaglianti, il clangore delle trombe, i ruggiti, le urla, l’uragano sussultante degli applausi, ho visto lo spettacolo, ne sono stato folgorato; […] mi sembrò confusamente di essere atteso, che aspettassero me. Mi parve che mi riconoscessero, come i burattini di Mangiafuoco quando dal palcoscenico vedono in fondo al tendone Pinocchio e lo salutano come uno dei loro, chiamandolo per nome, abbracciandolo e ballando insieme tutta la notte […] come se di colpo avessi conosciuto qualcosa che mi apparteneva da sempre e che era anche il mio futuro, il mio lavoro, la mia vita.” (Ritorno a La mia Rimini, Federico Fellini, Guaraldi Editore).

“I Clowns” (1971), Federico Fellini

Diamo le spalle al Teatro Galli e proseguiamo il tour verso Via Gambalunga dove ha sede la Biblioteca Gambalunga in cui Fellini trascorse i cinque anni del ginnasio, l’ingresso al n°34 di Via Tempio Malatestiano.

Biblioteca Gambalunga, Via Alessandro Gambalunga 27, Rimini

Percorrendo la via si arriva al Duomo di Rimini, l’architettura rinascimentale più significativa del ‘400 italiano, in cui era solito entrare: “Quando non c’era nessuno i sedili di marmo erano freschi; le tombe, i vescovi e i cavalieri medioevali vegliavano, protettivi e un poco sinistri, nell’ombra” (Ritorno a La mia Rimini, Federico Fellini, Guaraldi Editore).

Proprio di fronte si trovava la Bottega FeBo che portava le iniziali di Fellini e del pittore riminese Bonini, dove il regista disegnava e vendeva caricature e ritratti autoprodotti.

Torniamo indietro verso Piazza Ferrari e accanto alla Domus del Chirurgo troviamo il Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale noto come Monumento alla Vittoria e che viene ripreso nelle parole della voce fuori capo di Titta, l’alter ego di Fellini in “Amarcord”: “Questo è il Monumento della Vittoria, andavamo a vederlo tutti i giorni… e io me lo sognavo anche la notte”.

Monumento alla Vittoria, Piazza Ferrari, Rimini

Camminiamo in direzione Piazzale Cesare Battisti, vicino alla stazione; attraversando il sottopassaggio riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro nel tempo: è il 20 gennaio 1920, sono le 21:30, fuori c’è il temporale, il mare è in burrasca, nasce Fellini. A pochi metri da noi la sua prima casa, sulla sinistra, in Via Dardanelli 10. Poco dopo la nascita, la famiglia si trasferirà a Palazzo Ripa, in Corso d’Augusto 115, qui emergono i primi ricordi da bambino del regista: “La prima casa che io ricordo veramente è il palazzo Ripa. C’è ancora: è un palazzo sul Corso. Il nostro padrone di casa era sempre vestito di blu: l’abito blu, la bombetta blu e una gran barba bianca, come una divinità da blandire, da non irritare. Mia madre si asciugava le mani, mentre diceva «Bambini, state fermi, c’è il signor Ripa»”.

Palazzo Ripa, la seconda casa di Fellini

Imbocchiamo la via parallela, l’elegante Viale Principe Amedeo che termina con una piazza dedicata al grande regista riminese, “Piazzale Fellini”, dove si trova il “Grand Hotel”, monumento nazionale più volte immortalato nel film “I Vitelloni”, periodo in cui Rimini raggiungeva l’apice del suo splendore anche in inverno.

Da ragazzo Fellini sognava il Grand Hotel, come fosse qualcosa di irraggiungibile, ma non sapeva cosa il futuro avesse in serbo per lui: “Il Grand Hotel era la favola della ricchezza, del lusso, dello sfarzo orientale. Quando le descrizioni nei romanzi che leggevo non erano abbastanza stimolanti da suscitare scenari suggestivi nella mia immaginazione, tiravo fuori il Grand Hotel, come certi scalcinati teatrini che adoperano lo stesso fondale per tutte le situazioni.”

Il simbolo della Belle Époque riminese, dove le fantasie e i sogni proibiti del regista prendevano forma, era un mondo senza tempo e sua dimora fissa quando, di tanto in tanto, sentiva nostalgia di casa e sceglieva sempre la stessa stanza, la 316.

In questo luogo tutta era possibile: “delitti, rapimenti, notti di folle amore, ricatti, suicidi… Le sere d’estate Il Grand Hotel diventava Istanbul, Baghdad e Hollywood…”.

Il “Grand Hotel” di Rimini

E aprendo la finestra della camera vedeva il mare, quel mare dove camminavano i “Vitelloni” e teatro delle scorribande in moto di “Scureza” fino al molo, dove tutto è cominciato e tutto finisce.

Amarcord” che i film di Fellini, l’uomo, sono partiti, hanno viaggiato ovunque, sono entrati nelle case di tutto il mondo, mentre lui forse è rimasto fermo, ha deciso di non partire e rimanere nella sua Rimini.