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di Nicola Bianchi 

L’incontro con il Giappone probabilmente me lo aspettavo diverso. Forse avevo idealizzato troppo questo Paese. Luca, Mattia ed io arriviamo nella terra del Sol Levante, tappa centrale del nostro viaggio in Oriente, in una giornata grigia e fredda, di quelle dove tutto ti fa dire: “Ebbene, tutto qua?”. Non appena atterrati al Kansai International Airport, prendiamo il treno che dall’aeroporto di Osaka ci porta verso Kyoto in 45 minuti (costo 35 euro). Guardando dal finestrino del treno si nota il grigiore e il ferro dei grattacieli stridere con il verde della periferia che, man mano che ci si allontana dalla città, diventa aperta campagna. Iniziamo a gustare un assaggio del “vero” Giappone: scorgiamo alcuni vecchietti con improbabili zoccoli, seduti davanti alle proprie casette di legno. Un panorama bizzarro. Ora la mia impressione iniziale comincia a vacillare. Bisognava solo aspettare, il Giappone è un luogo dove la pazienza viene sempre premiata. Un posto che ti lascia dentro qualcosa senza neanche accorgertene ed, infatti, solo dodici giorni dopo, al momento di ripartire per l’Italia, ho sentito dentro un magone. Le lacrime sarebbero forse scese abbondanti, se non fosse che i miei compagni di viaggio Luca e Mattia sono personaggi piuttosto dissacranti.

20 marzo: L’arrivo

Uno scorcio di Pontocho Alley

Appena scesi alla stazione ferroviaria di Kyoto, un gigantesco capolavoro architettonico ipermoderno di recente costruzione, prendiamo un taxi davvero pittoresco che in 10 minuti ci porta nel nostro albergo l’ M’s Kyoto. La struttura si trova tra le due arterie principali di Kyoto, Sanjo Dori (viale-quartiere di negozi e ristoranti tutti coperti da gallerie con musica in filodiffusione) e Shijo Dori (il quartiere dello shopping). Dista circa 5 minuti a piedi da Pontocho Alley, il vicolo più caratteristico di tutta la città che andiamo a visitare subito dopo un bagno ristoratore. Pontocho Alley è un vicoletto lungo neanche un chilometro, disseminato ovunque di lanterne giapponesi, dove si cammina per larghezza in non più di tre persone. Ai lati è costellato da ristorantini, locali notturni, abitazioni tutti nascosti dietro le tipiche porte di legno in stile ryokan. Un luogo magico. E subito ci sentiamo in clima “cartone animato anni ‘80”. Arriva il momento di brindare all’approdo in Sol Levante. Birra Asahi nel primo pub trovato e a seguire cena al Sushitetsu, per calarci sempre di più nella realtà giapponese. Terminata la cena,  decidiamo di fare una passeggiata nel quartiere delle geisha e delle maiko (ossia le “geisha” più giovani), Gion, distante pochi minuti da Pontocho. Anche questo quartiere presenta un’atmosfera estremamente affascinante ed è caratterizzato da tante casine di legno basse, dietro le cui porte si scorge una luce fioca e si sentono strani canti. Quest’aria ci fa fantasticare su cosa possa accadere oltre le mura di queste abitazioni. In Giappone nessun occidentale può relazionarsi con le geisha e le maiko, se non introdotto da gente del posto. Il nostro giro notturno e senza meta ci conduce fino al complesso del tempio shintoista di Yakasa ai piedi del parco Maruyama, anch’esso completamente illuminato per l’occasione, quasi come se ci stesse aspettando. Si respira una tranquillità indescrivibile, non si sente alcun rumore. La strada non è distante, ma c’è silenzio, si respira un senso di sicurezza avvolgente. Inoltre, la luce sbatte sul rosso dei torii (i portali di accesso ad un luogo sacro), accendendo di colore tutta la zona in cui ci troviamo. Notiamo anche una struttura con all’interno centinaia di lanterne giapponesi. Un vero spettacolo che assaporiamo anche noi con il dovuto silenzio. Arrivati nei pressi del mastodontico tempio di Chion-in, decidiamo che forse è ora di andare a nanna.

21 marzo: Alla scoperta di Kyoto

La mattina del 21 ci alziamo presto e, causa maltempo, decidiamo di passare un paio d’ore nel Museo internazionale del fumetto. Più che un museo, questa ex scuola elementare, è una vera e propria biblioteca del fumetto, in quanto sui tre piani dell’edificio (ognuno dedicato ad un genere diverso) si possono trovare circa 300.000 titoli diversi di manga, tradotti in tutte le lingue e consultabili in zone relax con musica classica giapponese in sottofondo. L’ingresso è di 500 yen. Optiamo poi per un pranzo fugace al Nishiki Market, il mercato di Kyoto, che si estende per oltre un chilometro sotto ad una galleria di vetro colorata. Le bancarelle abbondano di cibo tradizionale, soprattutto pesce, e con una decina di euro abbiamo pranzato in modo eccellente (spiedini di gamberoni, di tonno e pollo fritto). La cosa particolare dei mercati giapponesi (oltre al caos!) è la presenza di abilissimi artigiani del cibo che spesso utilizzano macchinari improbabili per preparare le loro prelibatezze. A volte anche chiedere di fare una foto rischia di creare disturbo ai cuochi, data la loro gelosia nel custodire la propria “arte”. Per festeggiare la comparsa del primo sole giapponese andiamo a visitare il Nijo Castle, il castello dello Shogun Tokugawa Ieyasu. Il castello si trova in pieno centro cittadino, eretto su bastioni imponenti di pietra. Dopo aver pagato l’ingresso (500 yen) visitiamo l’interno del palazzo dove rimaniamo colpiti dal famoso “pavimento ad usignolo”, costruito per volere dello shogun come allarme antispia, trattandosi di un pavimento di legno che scricchiola ad ogni passo, con un rumore che ricorda, appunto, il canto degli usignoli. Al di fuori del castello c’è un bel giardino, nel quale ci perdiamo con grande piacere in cerca dei sakura, i ciliegi, che pian piano iniziano a sbocciare per la felicità nostra e di tutti i turisti. Proprio in questo momento realizziamo che siamo nel primo giorno di primavera!

Ciliegi in fiore nel giardino del Ninjo Castle

Usciti dal Nijo Castle decidiamo di raggiungere l’albergo a piedi, tagliando per il vicino parco del palazzo reale, famoso per i suoi laghetti e per la sua vegetazione rigogliosa. Quella sera per cena scegliamo l’ottimo Chao Chao Gyoza, vicino a Pontocho, dove ormai ci sentiamo a casa. Qui il whiskey della staffa lo consumiamo allo Stardust Club, un jazz bar da 10 anime, scoperto per caso (seguendo le note di un pianoforte) al secondo piano di una palazzina decadente. Appena entrati tutti i presenti ci fanno spazio e ci invitano a scolare con loro. Sono tutti ubriachi, i proprietari poi sono un vero spettacolo. Lei, a dir poco corpulenta, padroneggia decisamente meglio la sigaretta dell’inglese. Unghie lunghe e smaltate, vestita in modo piuttosto sgangherato. Lui, sembra un reduce della Grande Guerra, magro e scavato, con un completo scuro, barbetta bianca curatissima, un basco nero sulla testa ed un paio di occhialoni neri che nascondono (male) i segni della sbornia. Ci chiedono anche di disegnare su dei sottobicchieri un’immagine della nostra città: Luca rappresenta l’arco d’Augusto, il simbolo di Rimini, che i proprietari appendono vicino alle bottiglie, tra l’arco di Trionfo e la statua della Libertà, precedentemente disegnate da avventori francesi ed americani. Il muro è pieno di disegni ricordo. Fantastico. Dopo aver riso e deriso tutti per un’ora abbondante, pensiamo che sarebbe stata cosa buona provare a dormire qualche ora.

Io, Luca e Mattia con i proprietari dello Stardust

22 marzo: il Nara-Koen

Dopo colazione, partiamo prestissimo per l’escursione a Nara, la prima capitale del Giappone (si parla del 700 d.c.). Arriviamo in treno, con la linea Kintetsu dalla stazione centrale di Kyoto (1100 yen per 35 minuti). Ad accoglierci nel Nara-Koen (il complesso dei santuari di Nara) un migliaio di cerbiatti che scorrazzano liberi per il parco, golosi dei biscotti dei turisti e particolarmente “selfie prone”. All’ingresso del parco è difficile non alzare gli occhi per ammirare la pagoda a cinque piani del complesso del Kofuku-ji. Proseguendo per le strade del parco, sotto un sole che va e viene insieme ad un vento tagliente, dopo aver fatto visita al placido e curatissimo giardino zen di Isuien (400 yen), arriviamo in prossimità del Todai-Ji. La zona antistante al tempio brulica di turisti impazziti, tutti intenzionati a scattare foto nel Daibutsu Den (la Sala del Grande Buddha, ingresso 500 yen, la costruzione in legno più grande del mondo). La struttura è altissima e larghissima, presenta una scalinata molto grande dove sono posti alcuni bracieri per l’incenso. L’odore è fortissimo e quasi sembra di entrare nelle viscere della terra. C’è caos, ma un caos calmo, ordinato, rispettoso. Molto zen. Entrati nella Grande Sala ci imbattiamo nella gigantesca statua bronzea di Buddha, davanti alla quale tutti i presenti rivolgono una preghiera. Lo schiocco di mani al termine della preghiera diventa una costante della giornata, insieme al suono delle campane buddhiste. Ai lati del grande Buddha altre due raffigurazioni dello stesso Santo in oro e agli estremi dell’edificio le statue dei due guardiani Nio. La nostra attenzione è richiamata però dalla folla che si ammassa in prossimità di una colonna del tempio che ha un foro nel mezzo. Si dice sia della stessa grandezza delle narici del Buddha: la leggenda racconta che colui che riesce a passarvi attraverso riceve una benedizione per la vita futura, ossia quella dell’illuminazione. Ecco perché molti visitatori provano a passarvi al suo interno, benché solo i bambini vi riescano senza problemi. Mentre mi preparo per l’operazione di purificazione, mi accorgo che una scolaresca di bambini si sta preparando per ricevere l’illuminazione, cosi decido di desistere.

Statua del Grande Buddha a Nara

Dopo aver consumato un ramen in itinere, proseguiamo lungo la strada in altura, in mezzo ad una fitta vegetazione, fino a giungere nei pressi del santuario shintoista di Kasuga Taisha. La caratteristica di questo complesso di templi è il colore rosso acceso, in grado di catturare lo sguardo, e il cuore dei visitatori. In questo luogo sacro in cui la quiete regna sovrana, si respira un’atmosfera ideale per trascorrere una giornata in totale tranquillità, con il sole che fa capolino dalle cime degli altissimi alberi. Davanti all’ultimo tempietto del santuario lo sguardo si posa sui miliardi di bigliettini annodati su una specie di bacheca di legno, tutti contenenti preghiere di amore e pace. Scendendo dalla collina, lungo la scalinata che ci riporta al punto di partenza, ci accorgiamo della seconda caratteristica del Kasuga Taisha, le lanterne in bronzo. Ai lati della scala ce n’erano a centinaia, una distesa di lanterne che due volte all’anno, in occasione della festa del fuoco (Gennaio e Ottobre), i monaci provvedono ad accendere all’ora del tramonto, dando vita ad uno spettacolo che noi possiamo solo immaginare. Due strisce rosse di fuoco che corrono dalla cima ai piedi della collina di Kasuga-yama, nel buio della notte. Non posso vederlo, ma me lo immagino quello spettacolo di fuoco e mentre seguo i miei amici ripeto tra me e me: “Un giorno ci tornerò, me lo sento”. Terminiamo la visita di Nara con una certa mestizia, ma è ora di ritornare a Kyoto, dopo le 17 tutti i templi chiudono e la città intorno al parco, seppur carina non valeva la visita.

Lanterne in bronzo nel santuario shintoista di Kasuga Taisha

23 marzo: Kinkakuji, Arashiyama, Fushimi Inari e… la “caccia” alla geisha

La mattina del 23 pensiamo di dedicarla ad uno dei templi storici di Kyoto, il Kinkakuji, il tempio del “Padiglione d’oro” situato nella zona di Higashiyama Nord. Prendiamo un autobus e dopo 13 fermate da Sanjo Dori ci troviamo immersi in un flusso ininterrotto di turisti, in questo che rappresenta insieme al monte Fuji e a Nara, l’orgoglio del Giappone (400 yen per l’ingresso). Il Kinkakuji è un tempio buddista, il cui nome deriva dalla foglia d’oro con cui è ricoperto il grande padiglione; l’oro ha infatti un fortissimo valore simbolico per i giapponesi per la purificazione da ogni tipo di pensiero negativo ed è inoltre funzionale a creare un particolare riflesso sullo stagno, grazie alla luce del sole. L’edificio contiene inoltre alcune reliquie del Buddha. Seconda tappa di giornata, non distante dal Kinkaku-ji, è la località montana di Arashiyama, dove si trova la “Bamboo Forest”. Seppur bellissima la visita dura solo un’oretta, sia perché il tratto caratteristico della foresta non è molto esteso, sia perché sotto le canne di bambù fa un discreto freddino, nonostante il sole. Scattare anche solo una fotografia risulta impossibile, in ragione dell’afflusso impressionante di visitatori. Nonostante ciò, il rumore delle persone è molto contenuto, perché viene coperto dal soffio del vento che in mezzo alle canne fa risuonare una melodia dolcissima, come una specie di sussurro. L’atmosfera di Arashiyama certamente vale la visita, anche se decidiamo di risparmiarci per la la visita al tempio di Gio-ji, per assaporare maggiormente la camminata in mezzo al bosco.

“Bamboo forest” di Arashiyama

Vista la velocità della visita ad Arashiyama pensiamo che potremmo raggiungere il Fushimi Inari Taisha, il tempio dedicato alle divinità del grano e del riso, tappa fondamentale del nostro tour. Con il senno di poi, direi anche la più attraente e suggestiva. Dalla stazione di Arashiyama prendiamo il treno che arriva direttamente alle porte del santuario, situato sulla collina di Inariyama, a sud-est della città, che comprende un complesso di numerosissimi tempi disseminati sulla collina e non solo (si dice che siano quasi 30.000 i suoi sotto-santuari in tutto il Giappone). E’ famoso per la galleria dei suoi torii rossi che partendo dall’ingresso principale (la tipica porta shintoista rossa e nera) abbracciano la scalinata che conduce, fino alla cima del monte. Ad ogni angolo possiamo ammirare le kitsune ossia, le statue delle volpi messaggere della divinità Inari, ritratte con la chiave (del deposito di riso) nella loro bocca. Un evidente segno apotropaico per il raccolto. Inizialmente siamo presi dal desiderio di immortalare quegli archi di legno arancione, che regalano un effetto ottico incredibile al loro interno, quasi ipnotico, fino a quando dopo circa 20-30 minuti di salita capiamo che il bello doveva ancora venire. Siamo ad un quarto del percorso. Così armati di buona gamba e tanta voglia di sudare, scegliamo di raggiungere la cima (1.500 metri) mentre il sole inizia lentamente a tramontare. La luce che filtra tra le colline del monte a contatto con i torii, ne cambia leggermente il colore, scolorendoli, e il vento che inizia ad alzarsi ci avvolge in un’atmosfera piuttosto spettrale, che tocca l’apice quando sulla cima troviamo il cimitero più grande del santuario. Sembra di essere in una località fantasma. Inizia a piovere e i turisti (sono le 17,00) hanno già intrapreso la discesa dal monte. E’ il caso di muoversi, perché forse rimanere al buio non è un’idea grandiosa. Fortunatamente dopo la velocissima discesa (30 minuti) e la copiosa sudata, nella zona antistante l’uscita del tempio troviamo un simpatico vecchietto, proprietario di una macelleria, che sta cucinando degli spiedini di kobe (il pregiatissimo manzo giapponese) sulla griglia, ed il profumo di quella carne ci ispira a tal punto che glieli finiamo tutti, accompagnandoli con una Sapporo ghiacciata. Il tutto ovviamente consumato per strada davanti agli occhi stupiti di alcuni abitanti del posto. In Giappone mangiare in pubblico non è la più grande forma di educazione, ma ai gaijin (forestieri) tutto è concesso.

L’infinita fila di torii del Fushimi Inari Taisha

Rientrati in albergo per una sosta piuttosto lunga, usciamo a cena e pensiamo che quella sarebbe potuta essere la sera giusta per la caccia alla geisha. Così, arrivati a Gion iniziamo a girare a caso in attesa di vederne uscire qualcuna dai vari ryokan della zona. Quando succede, ci apprestiamo a seguirla di nascosto per vedere dove si sarebbe diretta e cioè a Pontocho. Proviamo anche a fotografarla, ma lei, visibilmente risentita entra in un’abitazione senza degnarci di uno sguardo. Decidiamo così di bere un gin tonic in zona. In un elegante locale scelto a caso, si prende cura di noi un barista gentilissimo che parla anche un po’ di inglese. E’ stanchissimo, perché l’ora è tarda, ma non lesina ogni forma di attenzione ed interazione con noi. Dopo averci servito i drink, ci prepara tre origami, uno a testa: a me capita il cigno, a Mattia un ranocchio e a Luca un cappello giapponese. Ci dà informazioni su Tokyo ed Hakone (nostra meta successiva) e addirittura si offre di chiamare una sua amica geisha di professione, per farci scattare una foto con lei. Purtroppo non risponde, ma lui ci spiega nei minimi dettagli il codice da rispettare quando ne avremmo incontrata un’altra. Niente foto, farle largo per strada, non incrociare lo sguardo (quindi tutto il contrario di quello che abbiamo fatto precedentemente). Inoltre, ci spiega alcuni trucchi per riconoscerle, tipo il colletto rosso dietro al kimono, il vestito strettissimo e ci fornisce tantissime sfumature che obiettivamente dalle guide di viaggio e da internet noi non avremmo potuto cogliere. Con lui passiamo una serata piacevolissima.

La geisha fotografata da noi a Gion

24 marzo: il Kiyomizudera

L’ultimo giorno lo teniamo per visitare il Kiyomizudera, tempio situato sulla collina Otowa e famoso perché dalla sua veranda (circa 10 mt di altezza) i monaci erano soliti gettarsi per dimostrare il loro coraggio. “Gettarsi dalla veranda del Kiyomizu” equivale infatti alla nostra espressione “fare il grande salto”. Naturalmente noi non siamo stati così coraggiosi, ma la giornata che gli dedichiamo è comunque bellissima; per entrare nel tempio è necessario percorrere in salita una delle due strade gemelle di nome Sannen-zaka e Ninen-zaka; queste stradine parallele e tortuosissime piene di piccole botteghe, negozietti e ristoranti sembrano una Pontocho Alley in altura, dove è molto facile imbattersi in risciò pilotati da conducenti, o meglio facchini vestiti di nero, con cappello di paglia che trainano sulla propria schiena turisti di tutte le età e (pesi!). Arrivati al portone di ingresso del tempio, rivolgendo lo sguardo verso la città dall’alto, sento un grandissimo senso di pace. Nonostante il caos che ci circonda, quel ponte sul cielo infonde quiete, serenità, è come essere sospesi tra il terreno e l’ultraterreno, sensazioni difficili da spiegare a parole. Dominiamo la città, ma siamo un niente sotto a quel cielo. Dopo essere entrati nel complesso del tempio (ingresso 500 yen) ci troviamo immersi nel verde della collina, sotto ad un sole meraviglioso che illumina i sakura circostanti e fa risplendere i colori rosa e azzurro dei kimono delle giapponesine in visita.

Il Kiyomizudera

La nostra escursione prosegue con alcune imprese mirabolanti. Kiyomizudera significa “Tempio dell’acqua pura” ed infatti all’interno del tempio vero e proprio, posizionato sulle cime della collina (nel quale si trova la famosa veranda) è possibile sorseggiare l’acqua della longevità (dopo una fila notevole), nonché percorrere il “sentiero dell’amore”, consistente nel completare un tragitto di una ventina di metri delimitato da due pietre, rigorosamente bendati, tra la folla per capire se nella vita ci sarà la possibilità di goderne felicemente. Terminata la visita al Kyomizu, decidiamo di tornare in albergo passando dal parco Maruyama, sede del ciliegio più antico di Kyoto. Dopo aver cenato e bevuto qualche cocktail nel fantastico e ricercatissimo “L’escamateur” (andateci!), l’ultimo brindisi prima di andarcene a nanna non poteva che essere di nuovo all’amato Stardust. Entriamo nel locale e troviamo entrambi i proprietari, insieme ad un avventore, addormentati sul bancone del bar. A far loro compagnia una nuvola di fumo di sigaretta piuttosto corposa. Neanche ci riconoscono, anzi nell’innaffiarci l’ultimo bicchiere di Black Nikka, trovano il tempo di preparare una camomilla per rianimare l’avventore ubriaco. Poche volte ho riso così in vita mia, oltretutto Luca si mette pure a fare un video della scena. Una conclusione di serata a dir poco pirandelliana.

Piacevoli incontri a Kiyomizudera: selfie con ragazze giapponesi in kimono

25 marzo: Arrivederci, Kyoto

Ci alziamo alle le 9.30, con calma olimpica, pensiamo bene di dover finire l’acqua della doccia. Dopo aver lasciato l’albergo ci troviamo davanti al dubbio amletico. Okonomiyachi o pancake? Elk Pancake in zona Sanjo Dori vince il ballottaggio. Veniamo ricompensati da una “costruzione” di 3 pancake giganti (ognuno grande 2-3 cm) affogata in cioccolato, frutta e panna montata. Spendiamo circa 25 Euro per il nostro brunch, allietato da un caffè Mocha (il nostro montebianco) e da un succo d’arancia. Ritorniamo in albergo a prendere i nostri bagagli e circa un’ora dopo ci rechiamo in stazione, con l’obiettivo di prendere il nostro Shinkansen per Tokyo. Salire sul famoso treno-proiettile non è esperienza di tutti i giorni, ma quando siamo a bordo, consci di salutare la nostra Kyoto, sentiamo una stretta allo stomaco. E’ stata un’esperienza entusiasmante, sospesi nel tempo, tra il presente e un passato che, in certi quartieri, sembra proprio non volersene andare.
Arrivederci, Kyoto.