Home Costa Rica Tre mesi tra i surfisti in Costa Rica. Ecco cosa ho imparato

Tre mesi tra i surfisti in Costa Rica. Ecco cosa ho imparato

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Sono le tre e mezza del mattino. Un rumore metallico, dal ritmo incessante e frenetico riempie la stanza. La sveglia sta suonando. “In piedi è ora di andare”, mi dice una voce nel buio. Pochi minuti per prepararsi e mangiare qualcosa prima di prendere le tavole e uscire di corsa. La marea si sta alzando. Arrivano le onde.

La spiaggia di Playta si trova a otto chilometri dalla città di Quepos, nella provincia di Puntarenas, lungo la costa pacifica del Costa Rica. In un’immensa spiaggia di corallo, stretta tra il promontorio di playa Bizan e il meraviglioso parco naturale di Manuel Antonio, si trova uno degli spot più frequentati dai surfisti di mezzo mondo. Per la sua conformazione naturale, questo angolo di paradiso offre agli amanti del surf oltre duecento giorni l’anno di onde alte due metri. Da far venire la nausea anche a Cristoforo Colombo.

Inaspettatamente, quest’estate, mi sono ritrovato a passare qui tre mesi e a conoscere gran parte delle persone che frequentano la spiaggia. E, senza accorgermene, ad innamorarmi di questo meraviglioso stile di vita (prima che sport).

La comunità di surfisti di Playta conta quotidianamente una ventina di persone, lì per condividere le onde portate a riva dall’oceano (tutt’altro che) Pacifico. Alcuni sono membri storici del posto, come Alex, il proprietario di un piccolo chiosco in spiaggia dove ripara tavole da surf; e suo nipote Manuel, un ragazzo sulla ventina dall’aria svanita e lo sguardo assente. Alex è il ‘pater familia’ – se così si può dire – di questo gruppo eterogeneo di persone. È un uomo sui quaranta, atletico e, ovviamente, abbronzato. Si vanta di aver girato il mondo, di aver vissuto in Australia e negli States, e di aver visitato anche l’Europa, Italia compresa. Ormai surfista per passione, da giovane ha provato a gareggiare in contest locali ma con scarsi risultati, è lui ad avermi dato i primi consigli per camminare sulla tavola. Gli altri, invece, sono tutti ragazzi sulla ventina, locali e turisti provenienti da ogni dove. Per la maggiore ‘gringos’ – in Costa Rica si usa ancora chiamare così gli statunitensi.

Sin dal primo giorno che ho passato con loro, l’ambiente – al contrario di quanto si racconta – è stato tutt’altro che ostile. Mi aspettavo di essere guardato con diffidenza – gira voce che i surfisti siano gelosi degli spot migliori e che a volte ad avventurarsi in territorio sconosciuto si rischia lo scontro con gli habitué. Se questa leggenda è vera, non è il caso di Playita, però. Qui basta tenere una tavola sotto braccio per essere salutato da tutti. Almeno fin quando non si entra in acqua. Una volta lì, ognuno per sé.

Alle sei del mattino il sole è già alto sul promontorio di playa Bizan, alle spalle della spiaggia, e di fronte al chiosco di Alex arrivano alla spicciolata i primi surfisti. Anche le onde iniziano a montare. Ci siamo tutti.
Il rituale è sempre lo stesso. Un saluto veloce, senza troppi convenevoli, e due chiacchiere superflue mentre si fa finta di fare stretching. I discorsi son sempre i soliti: ragazze, erba e onde, tirati in ballo a caso e non per forza in questo ordine. Si parla in spagnolo, ma se qualcuno non capisce con nonchalance si passa all’inglese. Tutti qui lo parlano bene. Terminato il rituale, rimane solo da mettersi la crema su spalle e viso, la cera sulla tavola e entrare in acqua. Non tutti, però, alcuni restano in spiaggia a parlare, soprattutto se c’è traffico.

Risalire le onde fino al punto di rottura (il punto in cui cominciano a creare il vortice) è la parte più difficile. Per farlo bisogna passarci sotto. E imparare questa manovra con onde alte minimo due metri non è semplice. Mi ci sono voluti un paio di giorni per passare questo step e capire la tecnica. In compenso dalla spiaggia si sono fatti delle gran risate vedendomi annaspare onda dopo onda.
La prima volta che ho raggiunto il punto di rottura, però, che soddisfazione. Il mio sguardo andava a destra e sinistra alla ricerca di un segno di lode da parte del resto del gruppo. Ma niente, c’era poco da lodarsi. Anche perché quel passo era solo il primo. Di fronte a me la strada era ancora lunga. Ora bisognava imparare a cavalcarla, un’onda.

La tecnica di base me l’avevano spiegata in molti. Le onde arrivano in serie, 3-5-6-7-9, dipende. Passata la prima aumentano di dimensione. Tra una serie e l’altra passa qualche minuto, a volte anche mezz’ora. Scelta l’onda, meglio se in linea con la propria posizione, ci si gira di spalle e si comincia a nuotare perpendicolare all’onda, così da trovarsi nella migliore posizione per surfarla. Una volta presa, mani sulla tavola, una spinta decisa e in piedi; una gamba avanti all’altra, ginocchia flesse e spalle tre quarti e via.

Detta così sembra facile, ma è tutto tranne che questo. Mi ci sono voluti giorni e giorni per rimanere in piedi e fare la mia prima vera, sgraziata surfata. Da fuori deve essere stata una scena ridicola, durata pochi secondi. Ma su quella tavola, in piedi, per la prima volta, dall’alto di un’onda mediocre di poco più di un metro, per appena una decina di secondi ho provato una sensazione irripetibile. Ero salito in sella senza cadere e l’onda era partito al trotto senza disarcionarmi. Ci si sente potenti, in grado di far tutto e illusi di aver appreso un gesto e poterlo ripetere all’occorrenza. Ma non è così. Ci sono volute settimane per riuscire a ripeterlo con costanza. E ancora adesso cadere mentre tento di issarmi in piedi, perdere un’onda o scegliere l’onda sbagliata è all’ordine del giorno.

Una volta in piedi anche per pochi secondi, però, il segno di lode arriva. Un urlo percepito appena mentre si recupera la tavola. Un braccio alzato, pollice e mignolo che oscillano, di uno dei ragazzi appollaiati sulla tavola lungo il punto di rottura che in attesa della sua onda guarda gli altri surfare.

Quello che ho capito dopo il tempo passato con questa comunità è che il surf, oltre ad essere uno sport meraviglioso, è anche e soprattutto uno stile di vita che porta chi lo pratica ad essere (non me ne volete, lo dico in senso buono) emarginati.

Sì, capito bene, emarginati. Perché nell’immaginario collettivo il surfista è un animale sociale controverso: a metà tra il nullafacente e il sex-symbol. L’idea di un ragazzo atletico, affetto da sindrome di Peter Pan che passa la vita in spiaggia, è dura da digerire, soprattutto per chi spende il tempo libero seduto al tavolino del bar sotto casa.
Ma il surfista è, soprattutto, un emarginato volontario (oltre che passivo). La sua, infatti, è tutt’altro che una vita ‘loca’. Solo chi non conosce questo mondo può pensare che essere un surfista sia solo divertimento. In realtà c’è una buona dose di sacrifici e per capire quali, bisogna partire da un assunto: per il surfista esiste solo l’onda. La sua esistenza è scandita dalla costante ricerca dei migliori fluttui che la natura possa offrire e tutto il resto passa in secondo piano: sentimenti, lavoro e famiglia.
E quindi, il caro avventore medio da bar può stare tranquillo, anche il surfista ha le sue rinunce.